Sono partito per il semestre di exchange a Gerusalemme pensando soprattutto agli esami che avrei sostenuto, alla città che avrei visitato e a un po’ di buona vita internazionale. Casa Kerigma me l’aveva consigliata un amico: “Vai, è diversa dall’idea che ti sei fatto”. Non avevo capito cosa volesse dire fino a quando non ci sono entrato.
I primi giorni mi sono limitato a dormire, studiare, andare in università. Trattavo la casa come un appartamento condiviso. Poi qualcosa è cambiato. Hanno iniziato ad arrivare gruppi, presbiteri, famiglie, persone in cammino: ognuno con la sua storia, ognuno con qualcosa da dire. La sera, a cena, mi sono ritrovato in conversazioni che a Milano non avrei mai avuto: sulla fede, sulle vocazioni, sul senso di quello che stavo studiando in Bocconi.
Non è stato un percorso lineare. Ci sono state serate in cui mi sono sentito fuori posto, e altre in cui mi sono detto: ecco, qui c’è qualcosa che mi sta parlando. Ho capito, piano piano, che Casa Kerigma non era un dormitorio gratis: era un luogo che, in modo discreto, ti chiedeva di non restare fermo. Una mattina mi sono trovato a leggere il Vangelo prima di andare in biblioteca, una cosa che a casa non avrei mai immaginato.
Mi porto via la sensazione che il Maestro — chiamalo Gesù, chiamalo come vuoi — non si accontenta di lasciarti dove ti trova. Ti chiede di andare oltre. Casa Kerigma è stata, per me, lo spazio fisico in cui questa richiesta ha cominciato a diventare reale.
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