Ricordo le riunioni di vent’anni fa. Sere lunghe, fogli scritti a mano, discussioni in cui ci immaginavamo cosa sarebbe diventata l’associazione. Casa Kerigma a Gerusalemme — un posto vero, in Terra Santa, dove i giovani potessero stare e formarsi — era una di quelle idee che dicevamo ad alta voce sapendo che era enorme. Le pronunciavamo lo stesso, per non smettere di crederci.
Sono tornato adesso, vent’anni dopo, ed è stato strano. Buono, ma strano. Ho varcato la porta e mi sono trovato dentro qualcosa che era stato pensato da noi, ma che nel frattempo era diventato indipendente da noi. Ho incontrato persone giovani che non sapevano chi fossi, e mi è andato bene così: non volevo essere il “fondatore”. Volevo solo capire se quello che avevamo immaginato fosse davvero accaduto.
Ci ho passato qualche giorno. Ho partecipato ai pasti, ho ascoltato le storie degli ospiti, ho visto come funzionano gli orari, ho parlato con il team. Quello che mi ha colpito di più non è la struttura — bellissima — né l’organizzazione — solida. È stata la qualità delle conversazioni che si fanno a tavola. Le persone che escono da Casa Kerigma sembrano più sveglie quando entrano. È difficile da spiegare; lo si vede.
Mi sono detto, alla fine: ne è valsa la pena. Tutto quel tempo, le notti spese a litigare sulle scelte, i compromessi, le donazioni cercate con fatica. La casa è qui, sta in piedi, e fa quello che doveva fare. Per uno come me, che ha visto il prima, è la consolazione più grande.
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