11 maggio 2026 · 7 min di lettura
Quando un ragazzo di 15 anni entra per la prima volta nel Villaggio dei Giovani, vede una struttura di tre piani affacciata sullo Stretto di Messina, con stanze grandi, una cucina industriale, una terrazza, una cappella, un forno a legna. Bella. Ben tenuta. Funzionale.
Quello che gli diciamo dopo, però, cambia il modo in cui guarda gli stessi muri: questa casa è stata costruita con i proventi della ‘ndrangheta. È stata confiscata nel 2009. Il Comune di Reggio Calabria ce l’ha affidata perché ne facessimo un luogo di formazione per giovani.
Da quel momento, l’esperienza educativa cambia natura.
Il bene confiscato come “luogo che parla”
Un’aula scolastica è neutra: parla di chi la abita oggi, non della sua storia. Un parco è neutro: parla del presente.
Un bene confiscato, no. Un bene confiscato è un luogo che porta addosso il segno di un prima: c’è stata una storia di sopraffazione, c’è stato un processo, c’è stata una decisione dello Stato di restituire alla comunità quello che la criminalità organizzata aveva sottratto. Quella storia non si cancella semplicemente ridipingendola.
Quando i ragazzi sanno di trovarsi dentro quella storia, l’atmosfera cambia. Non in modo retorico, non in modo pesante: in modo concreto. Diventa più chiaro perché si tratta bene la casa, perché si rispettano gli arredi, perché si pulisce. Perché si è ospiti di una restituzione, non clienti di un albergo.
La legge 109/96 e il modello italiano
La legge 7 marzo 1996, n. 109 — fortemente voluta da don Luigi Ciotti e da Libera Associazioni — ha introdotto in Italia il principio del riutilizzo sociale dei beni confiscati alla criminalità organizzata. Non distruzione, non vendita all’asta: assegnazione a enti pubblici e del Terzo Settore per finalità sociali.
L’Italia ha così un patrimonio di oltre 18.000 beni confiscati e assegnati (dato Agenzia Nazionale per i Beni Sequestrati e Confiscati, 2024). Una parte significativa è gestita da associazioni come la nostra.
I beni confiscati gestiti da Attendiamoci
- Villaggio dei Giovani (Reggio Calabria, 2010): centro residenziale di formazione e aggregazione, 24 posti letto.
- Bet Midrash (Reggio Calabria, 2009): “casa dell’educazione” per piccoli gruppi.
- Arca e Grotta (Santo Stefano d’Aspromonte, 2017): due ville nel Parco Nazionale dell’Aspromonte.
- Officine 24 / Officine del Lavoro (Motta San Giovanni, 2018): laboratori produttivi (falegnameria, stamperia, alimentare).
- La Scala (Radda in Chianti, 2019): bene confiscato in Toscana — primo presidio dell’Associazione fuori dalla Calabria.
- Via Massena 4 (Milano, 2015): accoglienza universitari fuorisede da contesti fragili.
Vedi la pagina Strutture per ogni dettaglio.
L’effetto educativo, sui ragazzi
Quello che osserviamo, nei venticinque anni di lavoro, è qualcosa di specifico:
- I ragazzi che hanno fatto un’esperienza in un bene confiscato parlano di legalità in modo concreto, non come argomento da tema di terza media. Hanno camminato dentro un esempio.
- Vengono decostruite alcune narrative banali sulla criminalità organizzata: il “boss” non è un eroe romantico ma un soggetto che toglie risorse a una comunità.
- Si rinforza un senso di possibilità civica: lo Stato, qui, ha fatto qualcosa che funziona. Non sempre lo Stato funziona, ma qui sì, e si vede.
Per chi vuole approfondire
- Storia di Attendiamoci: le tappe dal 2001 a oggi.
- Archivio eventi: 25 anni di iniziative, molte delle quali ospitate nei beni confiscati.
- Identità e missione: il metodo educativo nel suo insieme.
- Bilancio sociale 2024: la rendicontazione annuale dell’utilizzo dei beni e dell’impatto.
Per visitare una delle strutture o proporre un’esperienza di gruppo, scrivi a presidenza@attendiamoci.it.