Attendiamoci Onlus

  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Attendiamoci Onlus
 
 
 
 

 Attendiamoci Onlus

Incantastorie Stampa E-mail
Venerdì 07 Aprile 2006 01:00

Una lettera

Le notizie più brutte, la famiglia Parker le ha sempre apprese attraverso una lettera.Una mattina d’ottobre del 1945 RoseMary Parker stava stendendo il bucato quando un uomo, in divisa militare, le portò una lettera che la rese una vedova di guerra.Patrick Parker, figlio di RoseMary, ne ricevette una nel suo ufficio dove gli si comunicava che, per via di necessari tagli al personale, l’azienda era costretta a licenziare alcuni dipendenti e lui, purtroppo, era uno di questi.
Adesso, mentre rileggeva il contenuto di quella lettera, Matthew Parker capì che la maledizione si era abbattuta anche su di lui.

La rivista New Scientist, che quel mese in copertina titolava: “Voci dall’universo” e che lo ritraeva sorridente davanti ad uno sfondo fatto di galassie, era poggiata sul tavolino di cristallo di fronte al divano su cui lui, con il volto coperto dalle mani, stava cercando di trovare un senso a quello che era appena successo.
E’strano come anche ad un ingegnere, abituato ad affrontare problemi ed a trovarne le soluzioni, quando arriva il momento di tirare le somme, i conti non tornino.
Matthew Parker lavorava al SETI (Search for Extra Terrestrial Intelligence) da sette anni. Entrò a far parte dell’equipe Serendipity di Boston, subito dopo essersi laureato,  aveva appena ventiquattro anni e da allora ne aveva fatta di strada. Da due anni, infatti, era a capo del progetto internazionale “Voice”.
Il SETI si occupa della ricerca di segnali di vita intelligente provenienti dal cosmo attraverso lo studio delle onde radio.
“Grazie ad un sistema di radio telescopi sparsi per il mondo che esplorano milioni di lunghezze d’onda, noi ricercatori del SETI speriamo, un giorno, di captare un segnale che possa testimoniare la presenza di civiltà viventi su pianeti lontani dal nostro sistema solare.”
Con queste parole, in una lunga intervista arricchita da foto che mostravano radio telescopi alti più di dieci metri, Matthew spiegava al giornalista del New Scientist in cosa consisteva il lavoro della sua equipe.
La ricerca di una “voce” che gli parlasse al di là delle stelle, era da sempre la sua passione. Anche quando era ancora un bambino, sentiva il mondo come un luogo troppo piccolo e solo l’universo gli impediva di provare uno strano senso di claustrofobia.
L’infinito -pensava- è il posto migliore dove cercare qualcosa di speciale.
Ma adesso quello che aveva appena perso, dove l’avrebbe ritrovato?
Mentre i suoi pensieri si confondevano e cambiavano forma, come nuvole in balia del vento, il suo sguardo si soffermò su quella foto sorridente che sembrava deriderlo.
Una rivista, simbolo del suo successo ed una lettera, icona del suo  totale fallimento.
“Provi a pensare a tutti i tasti di una tastiera che suonano contemporaneamente. Ecco, il nostro lavoro consiste nel cercare di isolare da tutto questo insieme di suoni confusi una singola nota.”
Questo era quello che Matthew e la sua equipe facevano durante il giorno. Analizzavano, scomponevano ed isolavano tutti i suoni provenienti dall’universo alla ricerca di un segnale radio che gli parlasse di qualcosa o di qualcuno.
Questo era quello che avrebbe voluto fare in quel momento alle voci nella sua testa. Avrebbe voluto almeno riuscire ad ascoltarne una chiaramente.
Conobbe Monica durante una festa al campus universitario, non si poteva dire che il loro fosse stato amore a prima vista anzi, inizialmente, lei lo detestava convinta che fosse il solito studente di ingegneria pieno di sé. Col passar del tempo però, sfogliando lentamente le pagine dei loro animi, si scoprirono innamorati a tal punto da decidere di sposarsi. Matthew era stato assunto al SETI e Monica stava terminando gli studi per diventare avvocato.
Una sera, dopo tre mesi di matrimonio, tornato a casa dal lavoro Monica gli fece trovare la tavola apparecchiata per tre con al centro una candela accesa. Era rimasta incinta, aspettavano un bambino. Matthew pensò che fosse ancora presto ma Monica era radiosa. Lasciò gli studi di giurisprudenza decisa a riprenderli terminata la gravidanza, ma non li continuò più. Il bambino nacque una giornata calda di luglio, Matthew arrivò in ospedale che era già nato, appena lo vide si commosse. Glielo fecero tenere in braccio, era così piccolo. Lo chiamarono John in memoria del bisnonno morto durante la seconda guerra mondiale. Lo stesso anno Matthew venne promosso a responsabile tecnico di ricerca, era un incarico di alta responsabilità e per questo di enormi sacrifici. Trascorreva molto più tempo a lavoro che a casa.
Quando rincasava Monica ed il piccolo John dormivano. Avrebbe voluto dedicargli più tempo, ma ogni giorno si sentiva ad un passo dallo scoprire qualcosa di sensazionale senza accorgersi che, ogni giorno, si allontanava di un passo da qualcosa di unico: la sua famiglia. Monica soffriva  la sua assenza e più volte gliene aveva parlato. Lui più volte le aveva promesso che avrebbe fatto qualcosa per essere più presente. Ma non fu così. Il giorno del terzo compleanno di John, Matthew lo trascorse ad isolare un segnale proveniente dalla Costellazione dei Pesci e dell’Ariete distanti circa mille anni luce dalla Terra e quando il padre di Rose morì, lui si trovava in Italia a tenere una conferenza dal titolo: “Non siamo soli nell’universo”.
Ma solo, Matthew ora lo era e forse lo era sempre stato.  
Se ne rese conto proprio in quel momento, dopo aver letto la lettera che Monica gli aveva lasciato vicino alla rivista con quella foto di lui immerso nell’universo.

Caro Matt,
ormai sono troppi anni che aspetto il tuo ritorno, sono troppi anni che metto a letto nostro figlio e gli do la buonanotte per tutti e due, sono troppi anni che mi addormento sola, in un letto troppo grande. Vorrei avere la forza per continuare a sperare che le cose un giorno cambieranno, che ti accorgerai nuovamente di noi, della tua famiglia,  ma ti  allontani sempre di più ed ogni volta mi chiedo: su quale stella dovrò venire a cercarti?
Una volta, sdraiati su un prato a guardare il cielo, mi dicesti che ero io la stella più bella dell’universo.  Ricordi?
Ma se è davvero così, perchè non hai mai provato ad ascoltare quello che avevo da dirti?
Ti ho urlato nel silenzio che avevo bisogno di te, che mi mancavi troppo ma tu non mi hai sentito, troppo concentrato sui rumori che provenivano dal resto dell’universo.
Matt, oggi ho fatto le valigie per me e per John e credimi non è stato facile. Se vorrai cercarci, per una volta, non guardare il cielo.L’infinito  non è sempre il posto migliore dove trovare qualcosa di speciale.
Ti amo
Rose


A volte, siamo talmente tanto concentrati ad ascoltare i rumori del mondo, che ignoriamo l’importanza delle parole di chi ci è vicino.